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Dos paquetes bomba en Roma y Viterbo
05 nov 2003
Dos paquetes bomba recibidos ayer por la mañana a los carabinieri de Roma y a la policía de Viterbo (Roma). El "maresciallo" que abrió uno de los sobres podría perder el uso de una mano. Según los agentes son atentados "anarco-insurreccionalistas" en solidaridad con Massimo Leonardi, el anarquista detenido después de los hechos del 4 de octubre.

SARA MENAFRA - Il manifesto
ROMA

Una differenza con gli altri pacchi bomba arrivati dall'inizio dell'autunno ad oggi c'è. E' che questa volta qualcuno si è fatto male sul serio.
Il maresciallo Stefano Sindona, 44 anni, sposato con due figli a carico, è stato investito dall'esplosione mentre apriva la busta recapitata alla «Stazione viale Libia» di via San Siricio 7, un stradina proprio dietro a piazza Vescovio, nel pieno del quartiere Africano a Roma. Ha subito un intervento chirurgico di sei ore all'ospedale Policlinico di Roma. I medici hanno già detto chiaramente che è «inipotizzabile» che il maresciallo Sindona riacquisti l'uso di entrambe le mani e che potrebbe perdere completamente l'uso della sinistra, rimasta mutilata dall'esplosione. Anche l'occhio sinistro è stato coinvolto dall'esplosione ed è a rischio. Come tutte le mattine, ieri attorno alle 11 la postina ha lasciato all'ingresso la corrispondenza del giorno: quattro buste, fra cui una gialla, imbottita, con un francobollo di posta prioritaria. I pacchi rimangono nella stanza del piantone per qualche ora, poi, poco prima dell'una, il maresciallo Sindona passa a prenderli prima di tornare nella sua stanza dopo il normale giro di pattuglia del quartiere. In una stazione piccola come questa, con 12 uomini assegnati di cui quattro in servizio ieri, aprire la posta è compito del comandante e lui cerca di farlo in fretta per poi salire a casa per pranzo. La sua famiglia, moglie e due figli maschi di 9 e 18 anni, vive nello stesso palazzo, uno stabile di proprietà dell'Arma dove abitano anche altri ufficiali, come il colonnello Antonio Pappalardo, presidente del Cocer. Sindona dà un'occhiata al mittente, una agenzia investigativa privata di Roma che poi si rivelerà estranea ai fatti, vede che dentro alla busta c'è l'involucro di una videocassetta e senza pensarci fa per prenderla, attivando così il rudimentale ordigno della bomba che gli esplode tra le mani, ferendo molto gravemente la sinistra (che ha perso due dita).

Più o meno negli stessi momenti una busta praticamente identica alla prima arriva alla questura di Viterbo. Qui, però, l'addetto allo smistamento della posta si accorge subito che il pacco è «sospetto» e qualche minuto dopo vengono chiamati gli artificieri per disinnescare l'ordigno: stesso mittente di quello di via Libia, stesso tipo di innesco «a strappo» e stessa quantità di polvere esplosiva nera, capace di deflagrare e infiammarsi, cioè capace di far male a qualcuno.

«Non ci aspettiamo rivendicazioni - spiegano all'unisono sia i carabinieri che la polizia - il modo in cui è stato confezionato l'ordigno è una firma di per se. Le rivendicazioni, i documenti teorico-politici vengono spediti solo quando l'obiettivo è alto, simbolicamente parlando. Per questo, in questo caso possiamo dire che l'ordigno è firmato anche se non è stato rivendicato». La firma di questi pacchi bomba arrivati proprio mentre fioccano le accuse di coesione fra movimento e br, dicono gli inquirenti, è non solo nel tipo di pacco confezionato, ma anche negli obiettivi scelti: la questura di Viterbo e i carabinieri di Roma. Due indicazioni che farebbero pensare a un atto compiuto in solidarietà con Massimo Leonardi, l'anarchico viterbese finito in carcere con l'accusa di aver partecipato al pestaggio di un carabiniere «infiltrato» nel corteo che ha sfilato a Roma esattamente un mese fa (il 4 ottobre) per contestare la Conferenza intergovernativa europea.

Poi c'è il tipo di pacco, praticamente identico a quello arrivato alla questura di Roma lo scorso 16 ottobre e molto simile ai tre ordigni recapitati il 2 dello stesso mese alla sede della Regione Sardegna, al ministero del Lavoro (entrambi a Roma), e ad una stazione dei carabinieri di Stampace in Sardegna.

Il salto in avanti, spiegano gli inquirenti, è stato fatto il 16 ottobre, quando per la prima volta al posto del clorato di potassio, usato in passato, gli attentatori hanno iniziato a usare una polvere esplosiva capace di fare danni. La strategia dei pacchi bomba, però, sarebbe diventata una pratica diffusa in tutto il movimento anarchico già a settembre, all'indomani delle contestazioni a Riva del Garda. Un mese prima di quelle manifestazioni gli anarchici roveretani diffusero un documento, «Note su vertici e controvertici», in cui invitavano tutti i gruppi di quell'area a non partecipare più alle contestazioni dei vertici ma a diffondere le mobilitazioni sul territorio. «Riva è dappertutto» diceva l'appello che è stato recepito da buona parte del movimento anarchico in tutta Italia, Roma compresa. E ora gli investigatori sostengono che quella «diffusione» del conflitto possa aver portato qualcuno a giocare la carta delle buste incendiarie.
Mira també:
http://ilmanifesto.it/oggi/art25.html
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