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Anàlisi :: globalització neoliberal : laboral
Contro l’Europa imperialista, per l’internazionalismo proletario!
08 mai 2005
Contro l’Europa imperialista, per l’internazionalismo proletario!
Contro lâEuropa imperialista, per lâinternazionalismo proletario!
(Contributo al dibattito sulla âCostituzione europeaâ?)


Introduzione

Il 29 ottobre scorso, i rappresentanti degli Stati membri dellâUnione Europea (Ue) si sono riuniti a Roma per firmare il âTrattato che istituisce una Costituzione per lâEuropaâ?. Quando ciascuno dei venticinque Stati firmatari avrà concluso le procedure di ratifica, si concretizzerà una nuova importante tappa di quel âprocesso dâintegrazione europeaâ? che sta già determinando la vita di tutti noi e che in futuro la determinerà ancor di più. La âCostituzione europeaâ?, infatti, sancisce e sviluppa lâattribuzione di poteri alle istituzioni dellâUe in gran parte delle materie che prima erano di esclusiva competenza degli Stati nazionali: «Quando la Costituzione attribuisce all'Unione una competenza esclusiva [â¦] l'Unione è l'unica a poter legiferare e adottare atti giuridicamente obbligatori. Quando la Costituzione attribuisce all'Unione una competenza concorrente [â¦] gli Stati membri esercitano la loro competenza nella misura in cui l'Unione non ha esercitato la propria o ha deciso di cessare di esercitarla» (art. I-11). Sarebbe tuttavia fuorviante pensare lâUnione come una sorta di nuovo Stato nazionale âallargatoâ? in procinto di âsostituireâ? quelli attualmente esistenti: ci troviamo di fronte al progressivo emergere di una nuova forma di statualità qualitativamente diversa dalle precedenti.(1)
   
Il testo che segue rappresenta una rielaborazione degli appunti scaturiti da una serie di discussioni collettive incentrate sul tema della âCostituzione europeaâ?, tale derivazione incide necessariamente sulla scelta dei contenuti, sulla struttura, sulla forma e sulla (scarsa) sistematicità dellâesposizione. Abbiamo, tuttavia, ritenuto più utile sforzarci di âsocializzareâ? un dibattito collettivo, cercando di riprodurne in forma scritta i contenuti e la vitalità, piuttosto che rischiare di realizzare un documento (forse) più âsistematicoâ? ma autoreferenziale. Non si tratta, pertanto, di unâanalisi definitiva e compiuta, ma di una prima traccia suscettibile di modificazioni e correzioni, da inquadrare e sviluppare nellâambito di un più ampio lavoro politico riguardante specificatamente lâUnione Europea. Un lavoro in progress, che abbiamo assunto come parte integrante della nostra attività di collettivo internazionalista, ma che miriamo a condividere fin da subito con tutte le compagne e i compagni che ne comprendono lâurgenza.
Siamo convinti, infatti, che la realtà stessa abbia ormai chiaramente indicato quanto sia necessario che i compagni e le compagne, pur continuando a svolgere la propria quotidiana attività in ambiti e luoghi diversi, si uniscano per affrontare quei terreni specifici dai quali dipende lâefficacia politica della pratica di tutti e che tuttavia non sono alla portata di nessuno (singolarmente preso). Il tema dellââintegrazione europeaâ? fornisce unâilluminante esemplificazione di tale necessità, poiché, disegnando un nuovo e complesso scenario economico-politico, impone a tutti i compagni compiti pratici indifferibili, cui però è possibile adempiere efficacemente solo aprendo un percorso di lavoro che travalichi fin dallâinizio ogni localismo e particolarismo settario.
Eâ proprio la consapevolezza, materialisticamente fondata, dello scarto realizzatosi tra il mutarsi delle condizioni (anche politiche) in cui si colloca oggettivamente la nostra attività, e la capacità di incidervi politicamente restando rinchiusi entro ristretti orizzonti più o meno localistici e svuotati, che oggi definisce concretamente il sussistere di livelli di coscienza adeguati alla realtà stessa; ed è il farsi carico in prima persona di un lavoro concreto volto a colmare questo scarto, che oggi distingue la politica comunista dalla politica dello struzzo (spesso intenzionale, in quanto foriera di piccole gratificazioni personali).
Si tratta, infatti, di un problema pratico, poiché non è risolvibile attraverso proclamazioni astratte o limitandosi a collocare idealmente e analiticamente la propria particolare attività in una più ampia dimensione internazionalista dalla quale si resta però separati e sconnessi, ma solo lavorando attivamente per sostanziare tale dimensione in forme politiche concrete e percorsi pratici effettivamente condivisi: un lavoro che non comporta affatto la necessità di abbandonare i diversi e particolari ambiti dâattività. Si tratta, in definitiva, di un problema risolvibile solo assumendo lâinternazionalismo come concreto terreno di lavoro e di organizzazione (incominciando col mobilitare le energie e le capacità necessarie per realizzare questo passaggio dallâastratto al concreto).

Una corretta comprensione del significato politico della âCostituzione europeaâ? è ottenibile solo analizzandone i contenuti alla luce della prassi effettivamente esercitata dallâUnione, abbiamo perciò provato a riassumerne le principali caratteristiche utilizzando anche altri recenti documenti prodotti dallâUnione nella sua quotidiana attività, ma basandoci sempre su quanto emerso nel corso di discussioni che hanno visto anche la partecipazione attiva di compagne/i appartenenti a diverse realtà.

Collettivo internazionalista di Napoli
Napoli, Laboratorio occupato Ska, febbraio 2005
e-mail: kollintern ARROBA insiberia.net




I. Caratteristiche del âtesto costituzionaleâ?


La âCostituzione europeaâ? è razzista

Che la âCostituzioneâ? abbia un contenuto inaccettabile è palese sin dal Preambolo, dai contenuti spiccatamente razzisti riproposti nella forma di una presunta specificità culturale âsuperioreâ? sviluppatasi sul continente europeo. Attraverso una fraseologia ampollosa, impregnata di âvalori umanisticiâ?, il Preambolo propone lâidea di unââEuropaâ? custode della «civiltà», poiché tali âvaloriâ? connoterebbero una specificità culturale âeuropeaâ?, un suo patrimonio privato. «Consapevoli che lâEuropa è un continente portatore di civiltàâ¦Â» (evidentemente portatore verso tutti gli altri che sarebbero incivili): è con queste parole che si apre la âCostituzioneâ?.
In realtà, a leggere il âtesto costituzionaleâ? che ispirerà qualsiasi atto legislativo e politico compiuto dallâUnione e dai suoi Stati membri, sembra di essere ritornati allâepoca del vecchio colonialismo, perché si è posti subito di fronte alla teorizzazione di un nuova âmissione civilizzatriceâ?. Ciò è maggiormente avvalorato laddove si specifica che lâUnione «si prefigge di promuovere i suoi valori» (art. I-3), quelli appunto presenti âda sempreâ? in un presunto e in realtà inesistente «patrimonio culturale» âdellâEuropaâ?. Il Preambolo violenta brutalmente millenni di storia pur di sostenere che âgli europeiâ? sono âda sempreâ? buoni e democratici!
Lââunità europeaâ? è quindi descritta non come il prodotto di un processo storico (tra lâaltro anche molto recente), ma come un elemento astratto âda sempreâ? presente nella storia dei «popoli dellâEuropa», unâentità sovrastorica che gli artefici dellâUnione sentono di essere chiamati dalla provvidenza ad incarnare!
Eâ evidente che ci troviamo di fronte ad un processo di âinvenzione della tradizioneâ? del tutto simile a quello prodotto dal nazionalismo negli ultimi due secoli, unâoperazione ideologica la cui infondatezza scientifica ed il cui carattere grottesco, non ne annullano la pericolosità politica.
Il tentativo è infatti estremamente chiaro e nientâaffatto originale: si cerca di occultare il contenuto di classe della nuova statualità europea in formazione, per darne una visione interclassista e quindi pacificatrice, avviando unâoperazione ideologica volta a far sì che il proletariato e i movimenti del continente si identifichino con lâimperialismo europeo, ne giustifichino le guerre di aggressione, si affratellino con chi li sfrutta e li reprime, in nome di unâinesistente e raccapricciante âcomune civiltàâ?!
Si tratta di unâoperazione che è necessario non sottovalutare. La recente esperienza del movimento contro lâaggressione allâIraq, ci mostra, infatti, come contenuti grotteschi come quelli del Preambolo possano nondimeno attecchire e lavorare (sia pur sottilmente e subliminalmente) allâinterno del movimento stesso, per sbandarlo, depotenziarlo, spaccarlo e in ultima istanza controllarlo attraverso vere e proprie campagne di guerra mediatica che propongono un abbraccio mortale infarcito di «civiltà» e âdemocraziaâ?⦠fino alla nausea.
Unâoperazione che è quindi nostro compito denunciare e far saltare fin dallâinizio.


La âCostituzione europeaâ? è guerrafondaia

Fin dal âTitolo Iâ? della parte prima â «definizione e obiettivi dellâUnione» â il âtesto costituzionaleâ? fa esplicito riferimento alla politica estera, nei seguenti termini: «nelle relazioni con il resto del mondo lâUnione afferma e promuove i suoi valori e i interessi» (art. I-3, punto 4). Ecco dunque che dai presunti âvalori fondantiâ? dellâUnione ne viene â manco a dirlo! â dedotta una missione nel mondo⦠e dalla âpromozioneâ? di inesistenti «valori» si passa repentinamente alla âpromozioneâ? dei molto più concreti «interessi». Per âvaloriâ? è quindi da intendersi valore o meglio ancora plusvalore⦠come sempre, del resto!
Per fugare ogni ingenuo dubbio su cosa debba invece intendersi per âaffermare e promuovereâ? basta leggere lâarticolo I-40 comma primo della stessa âCostituzioneâ?: «La politica di sicurezza e di difesa comune costituisce parte integrante della politica estera e di sicurezza comune. Assicura che l'Unione disponga di una capacità operativa ricorrendo a mezzi civili e militari. L'Unione può avvalersi di tali mezzi in missioni al suo esterno». Lo stesso articolo, al punto tre, deducendone i risvolti concreti, sâincarica di chiarire le idee anche al lettore più malâaccorto: «Gli Stati membri s'impegnano a migliorare progressivamente le loro capacità militari. à istituita un'Agenzia europea per gli armamenti, la ricerca e le capacità militari, incaricata di individuare le esigenze operative, promuovere misure per rispondere a queste, contribuire a individuare e, se del caso, mettere in atto qualsiasi misura utile a rafforzare la base industriale e tecnologica del settore della difesa, partecipare alla definizione di una politica europea delle capacità e degli armamenti, e di assistere il Consiglio dei ministri nella valutazione del miglioramento delle capacità militari».
Si sancisce esplicitamente, facendola assurgere a principio âcostituzionaleâ?, la legittimità delle guerre di aggressione («al suo esterno») per imporre («afferma») nel mondo «gli interessi» della borghesia europea. Queste norme (da recepire sempre in âlettura combinataâ? con lâinquietante Preambolo), poiché impegnano gli Stati membri in quanto tali e non i loro governi pro tempore, dovrebbero finalmente accontentare coloro che â affetti da quella strana malattia nota come âcretinismo giuridicoâ? â non comprendono il senso ed il valore da attribuirsi allâart. 11 della Costituzione italiana, neanche quando i carabinieri occupano e pattugliano il territorio di un altro paese, assassinando e torturando. Costoro hanno finalmente una norma di pari rango giuridico per âricostruirne il significatoâ? una volta per tutte!
Ma non è tutto, poiché la âCostituzioneâ?, per non essere da meno al âfratello nemicoâ? statunitense, si è occupata anche di fornire una base di legalità alla guerra preventiva, traslitterando nella sostanza quanto già esposto nella Strategia di Sicurezza Nazionale Usa, la cosiddetta âDottrina Bushâ?. Eâ questo il senso dellâart. I-42 (lettera a, primo trattino). Che non si tratti di una nostra interpretazione maliziosa è ben dimostrato da quanto lâUnione ha già acquisito come linee-guida della propria strategia politico-militare. Per fugare anche il più ostinato sospetto di una nostra tendenziosa interpretazione lasciamo dunque la parola allâUnione stessa: «In un'era di globalizzazione, le minacce lontane possono rappresentare una preoccupazione così come quelle che sono più a portata di mano. L'attività nucleare in Corea del Nord, i pericoli nucleari nell'Asia meridionale, e la proliferazione in Medio Oriente sono tutte preoccupazioni per l'Europa. [â¦] Il concetto tradizionale di autodifesa â fino alla Guerra fredda compresa â si basava sulla minaccia di invasione, ma con le nuove minacce la prima linea di difesa si trova spesso all'estero. Le nuove minacce sono dinamiche e, se abbandonate, diventeranno sempre più pericolose. [...] Ciò comporta che dobbiamo essere pronti ad agire prima che si verifichi la crisi».(2)
La determinazione bellicista, con la quale lâUnione si sta dotando di una propria autonoma capacità militare, è inoltre ben dimostrata dalla creazione di forze speciali europee e dei dispositivi militari necessari affinché essa sia in grado «di lanciare un'operazione entro 5 giorni dall'approvazione del concetto di gestione della crisi da parte del Consiglio. Riguardo allo spiegamento delle forze, l'obiettivo è che le forze comincino ad eseguire la loro missione sul terreno al più tardi dieci giorni dopo la decisione dell'Ue di dare avvio all'operazione. Sarebbero comprese le pertinenti capacità aeree e navali. Andrebbe considerata la necessità di disporre di forze di riserva. E' possibile che questi pacchetti interforze ad alta prontezza (gruppi tattici) debbano essere adattati da parte del comandante dell'operazione alle esigenze di un'operazione specifica».(3)
Eâ bene a questo punto precisare che non si tratta solo di documenti. Basta infatti spendere un poâ del proprio tempo nel districarsi tra le infinite pagine del sito internet del Consiglio Europeo, per scoprire che lâUnione è già impegnata militarmente â con un esercito posto sotto il suo comando â in diverse zone del mondo. Certo, non si tratta ancora degli impavidi «pacchetti interforze ad alta prontezza», ma militari che indossano tutti il medesimo copricapo blu con le dodici stellette dellâUnione sono già dispiegati: nellâex Repubblica jugoslava di Macedonia con lâoperazione âConcordiaâ?; nella Repubblica Democratica del Congo con lâoperazione âArtemisâ?; in Bosnia-Erzegovina con la âmissione di poliziaâ? denominata âEupmâ?; mentre è imminente lâavvio di unâaltra âmissione di poliziaâ? sempre nellâex Repubblica jugoslava di Macedonia denominata âEupol - Proximaâ?. A questo elenco, di per sé non esaustivo, andrebbero inoltre aggiunte le âmissioniâ? che lâUnione realizza indirettamente, attraverso lâazione coordinata degli Stati membri che la compongono.
Infine, ad ulteriore testimonianza di quanto essa in questo campo si stia muovendo con determinazione, lâUnione ha già avviato la definizione di una strategia industriale che le consenta di realizzare unâefficiente politica comunitaria in materia di produzione di attrezzature militari e armamenti, e quindi recuperare il divario che in questo settore la separa dal rivale statunitense. Eâ infatti chiaro che âaffermare e promuovere nel mondo i propri valori e interessiâ? in una condizione di schiacciante inferiorità militare, nella migliore delle ipotesi vuol dire âpagar dazioâ? al rivale più potente. Lo âsviluppo inegualeâ? delle capacità militari incide sulle relazioni interimperialistiche e ne spiega in parte la complessità di lettura. Ascoltiamo la Commissione: «Nellâinsieme, gli Stati membri dellâUnione Europea spendono per la difesa meno della metà degli Stati Uniti. Il bilancio americano è pari complessivamente a 390 miliardi di dollari lâanno, rispetto ai 160 miliardi di euro di tutti gli Stati membri dellâUnione. Da diversi anni, gli investimenti europei nel settore della difesa sono nettamente inferiori a quelli effettuati negli Stati Uniti in termini di acquisti (40 miliardi di euro lâanno in Europa rispetto ai 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti) e di ricerca (10 miliardi di euro in Europa rispetto ai 50 miliardi di dollari degli Stati Uniti). [â¦] La capacità militare effettiva degli Stati membri dellâUnione Europea è stimata al 10% circa di quella degli Stati Uniti. Tale questione incide sulle relazioni transatlantiche. [â¦] Tanto per il settore civile quanto per quello della difesa è fondamentale, a livello economico, creare un contesto nel quale le società europee possano spendere vantaggiosamente il loro denaro».(4)
In un contesto che, in seguito alla maturazione delle ormai classiche contrapposizioni in materia di commercio, industria, materie prime, brevetti, biotecnologie, sistema monetario internazionale, ecc., vede la competizione interimperialistica tra âfratelli nemiciâ? investire sempre più la politica estera, non câè da stupirsi se il polo imperialista europeo prosegua con determinazione la propria strutturazione autonoma anche in campo militare.
Questa consapevolezza dovrebbe contribuire a chiarire il significato reale di quelle posizioni politiche che, pur criticandola, guardano alla costruzione dellâUnione Europea con sguardo benevolo e comprensivo, senza stancarsi di sottolineare come âlâEuropaâ?, contrastando lâunilateralismo Usa, potrebbe svolgere una âfunzione democratica e progressivaâ? nel contesto delle relazioni internazionali, e suffragando inoltre la stravagante idea dellâesistenza di un âmodello sociale europeoâ? (frutto evidentemente di quella peculiare «civiltà» di cui parla il Preambolo!). Si tratta di considerazioni spesso giustificate scomodando â davvero a sproposito! â i sempre martoriati concetti di âtatticaâ? e di âprogressoâ?, considerazioni che purtroppo è facile veder attecchire anche in certi âluoghiâ? del movimento. Per quanto abbiamo detto, non è difficile comprendere che chi sostiene posizioni del genere â spesso occultate dietro argomentazioni apparentemente sofisticate ed una fraseologia di âsinistraâ? â si schiera oggettivamente a sostegno della âcompetitivitàâ? del âproprioâ? imperialismo. Un imperialismo che già è armato e che già opprime, un imperialismo che nel quadro dellâUnione si sta armando ulteriormente per opprimere di più e âmeglioâ? (è forse questo il âprogressoâ??). Dovrebbe essere alla portata di tutti comprendere che in un contesto di competizione interimperialistica, schierarsi per lâindebolimento dellâimperialismo âaltruiâ? senza denunciare e contrastare il rafforzamento del âproprioâ? significa inevitabilmente accodarsi a questâultimo.
Ma la âtatticaâ? non câentra nulla: in realtà i sostenitori di tali posizioni âeuropeisteâ? condividono il senso profondo del Preambolo âcostituzionaleâ?, in fondo essi mostrano di ritenere che lo sfruttamento e lâoppressione imposti dallâimperialismo europeo siano comunque âpiù civiliâ?, dalle loro critiche traspare lâambigua indulgenza di chi ritiene â âdopo tuttoâ? e âin fin dei contiâ? â di appartenere ad una comune «civiltà»! Sono del resto le stesse istituzioni dellâUnione che cercano con ogni mezzo di stravolgere finanche la storia recente pur di forgiare la falsa immagine di una politica estera europea più âcorrettaâ?, più âdiplomaticaâ?, più âcivileâ?, più âumanitariaâ?⦠e via farneticando.
Di tali posizioni, nei fatti conniventi con lâimperialismo europeo, ne esistono persino versioni ingegnosamente costruite con una fraseologia apparentemente âinternazionalistaâ?. Parliamo di tutti coloro che vaneggiano di âutilizzare le contraddizioni interimperialisticheâ? âtifandoâ? per lâindebolimento dellâimperialismo più potente (gli Usa) e schierandosi (âtatticamenteâ?, sâintende!) con quello più âdeboleâ? (lâUe). In questo come negli altri casi, si occulta sfacciatamente che per lottare contro lâimperialismo in quanto tale e per âutilizzare le contraddizioni interimperialisticheâ? in una prospettiva internazionalista, è indispensabile non âdimenticareâ? di lottare contro il âproprioâ? imperialismo, è indispensabile non âdimenticareâ? di contrastarne e denunciarne sistematicamente il rafforzamento e gli interessi. Altrimenti non esiste possibilità di âutilizzareâ? alcunché, ma solo la certezza di essere âutilizzatiâ?, altrimenti non esiste autonomia né del movimento né del proletariato e non esiste quindi neanche la lotta: si diventa un giocattolo nelle mani del âproprioâ? imperialismo, servendo nei fatti il suo interesse a dipingersi come âpiù buonoâ?, ci si trasforma oggettivamente in uno dei tanti strumenti da esso utilizzati per indebolire lâimperialismo concorrente, che nei fatti si contribuisce a dipingere come âpiù cattivoâ? perché più potente.


La âCostituzione europeaâ? canonizzaâ¦
gli attacchi alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato

Altro aspetto estremamente importante della âCostituzioneâ?, è che in essa vengono âcostituzionalizzateâ? le politiche con le quali il capitale (e non solo quello europeo) cerca da anni di superare la crisi economica apertasi allâinizio degli anni settanta e tuttâora irrisolta, crisi che segna fortemente anche il contesto in cui si gioca la competizione interimperialistica.
Si tratta di linee dâintervento finalizzate al rilancio dellâaccumulazione attraverso la progressiva imposizione al proletariato di condizioni (giuridiche, sociali e politiche) che consentano al capitale di incrementarne/intensificarne lo sfruttamento, giacché, in ultima istanza, si tratta sempre di estrarre più plusvalore (è questo incremento il contenuto ultimo delle cosiddette âpolitiche neoliberisteâ?).
Il principio della «economia di mercato aperta e in libera concorrenza» plasma tutta la parte terza della âCostituzioneâ?, parte che è dedicata alle politiche dellâUnione, cioè alle sue azioni concrete. Ciò vuol dire che le scelte di fondo in materia economica, sociale, politica monetaria, politica industriale, immigrazione, ecc., sulle quali si sono basate le ben note âriformeâ? del mercato del lavoro, del sistema pensionistico, della sanità, nonché le ristrutturazioni, le privatizzazioni, le leggi repressive, i provvedimenti contro i migranti, ecc. (che il proletariato subisce già da diversi anni), vengono sistematicamente fatte assurgere al rango di principi âcostituzionaliâ?, sancendone lâimmodificabilità anche sul piano giuridico-formale.
Per essere più espliciti, le scelte politiche di fondo riguardanti il vastissimo panorama di materie in cui lâUnione Europea possiede una qualche competenza (esclusiva o concorrente) sono già fissate nel testo stesso e ispirate ovviamente dal principio supremo del âlibero mercatoâ? e della âcompetitivitàâ?. Le âpolitiche neoliberisteâ? sono perciò consacrate come fossero parte della stessa struttura giuridica dellâUnione, incastonate e cementate fin dentro la sua architettura istituzionale!
Del resto, lâUnione si impegna a «promuovere un ambiente favorevole allâiniziativa e allo sviluppo delle imprese di tutta lâUnione» (art. III-180), dove per «ambiente favorevole» è da intendersi proprio quellâinsieme di condizioni giuridiche, sociali e politiche che consentano di sfruttare di più e meglio il proletariato tutto (ecco in quale altro senso è forse possibile applicare la categoria di âprogressoâ? alla âCostituzione europeaâ?!).
Ma non câè da stupirsene: il rilancio dellâaccumulazione capitalistica e perciò lâattacco alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato, è da sempre il fine supremo dellâUnione, la ragione della sua stessa esistenza, poiché essa nasce e si afferma non in quanto semplice e âneutroâ? riadeguamento della sovrastruttura politica alla internazionalizzazione dellââeconomiaâ? (meccanicismo economicistico), ma in quanto forma politica concreta attraverso cui soddisfare le attuali esigenze di valorizzazione del capitale, nel quadro di una internazionalizzazione dellââeconomiaâ? fortemente segnata dalla competizione interimperialistica (determinazione dei rapporti sociali di produzione, catena imperialista). Si tratta, evidentemente, di âesigenzeâ? che permarrebbero anche qualora lâUnione smettesse improvvisamente di esistere, esprimendosi semplicemente in forme politiche diverse e altrettanto âneoliberisteâ?.(5) La âCostituzioneâ? si limita a rispecchiare/codificare tali âesigenzeâ? (fatto che certamente non è di poco conto), riscrivendo in âgiuridicheseâ? quanto è leggibile anche in altri documenti. Lâossessione per la âcompetitivitàâ? ed il âmercato libero ed autoregolatoâ? pervade, infatti, tutti i documenti economici provenienti dalle istituzioni dellâUnione ed è stata perciò già tradotta in indirizzi politici in vario modo applicati dai diversi Stati membri. Ecco alcuni esempi: «malgrado le azioni intraprese, lâUe non è riuscita fino ad oggi a ridurre la differenza del Pil per abitante che la separa dagli Stati Uniti; infatti la differenza di produttività sta aumentando. Gli studi di proiezione indicano che se lâEuropa non riesce ad invertire la tendenza economica attuale, la percentuale europea nella produzione mondiale diminuirà [â¦]. Per rafforzare la sua posizione economica lâEuropa deve aumentare il suo spirito imprenditoriale. [â¦] Per sviluppare il suo potenziale imprenditoriale in modo completo, lâUe dovrà prendere misure energiche che rendano lâEuropa più attraente per quanto riguarda le attività imprenditoriali».(6)
Non câè bisogno di molta fantasia per intuire quali siano le auspicate «misure energiche» (citiamo sempre da documenti ufficiali dellâUnione): «1) accrescere la flessibilità dei mercati del lavoro [cioè: accrescere la precarietà, quindi la ricattabilità e lo sfruttamento dei lavoratori]; 2) riequilibrare il concetto della garanzia del posto di lavoro per incentrarsi sul miglioramento dell'occupabilità [cioè: rendere i licenziamenti più facili]; 3) agire sulla riforma del regime fiscale e delle prestazioni sociali per migliorare gli incentivi e far sì che lavorare convenga [cioè: ad un pizzico di incentivi fiscali deve unirsi un ridimensionamento delle prestazioni sociali, perché altrimenti quelle âcanaglieâ? di lavoratori, che trovano ogni pretesto per non sgobbare, non sono sufficientemente âincentivatiâ? a lavorare di più e più intensamente; bisogna quindi agire anche dal lato delle prestazioni sociali, riducendole, di modo che il peggioramento della loro condizione economica li âincentiviâ? ulteriormente]».(7) Sâinvocano pertanto «la riforma delle pensioni e dell'assistenza sanitaria e l'aumento del tasso di occupazione dei lavoratori anziani»,(8) anche in questo caso quegli âscanzafaticheâ? dei lavoratori anziani sono chiamati a restare al lavoro non per ârisparmiareâ? sui âcostiâ? della previdenza, ma per rendere il mercato del lavoro più fluido e competitivo, eliminando o comprimendo quei âdiritti socialiâ? che ostacolano una più intensa sfruttabilità di tutti i lavoratori, siano essi giovani o anziani.
Altrove ci si propone di «promuovere lâinvecchiamento attivo incoraggiando i lavoratori anziani a rimanere nel mercato del lavoro»,(9) e al contempo ci si compiace del fatto che diversi Stati membri, seguendo le indicazioni della Commissione, «hanno intrapreso la riforma dei loro sistemi pensionistici e sanitari»,(10) senza mancare naturalmente di aggiungere che «occorre intensificare questi sforzi che vanno nella direzione giusta».(11) Si protesta infatti vivamente contro «il persistere di ostacoli strutturali nel mercato del lavoro e alla scarsa partecipazione all'occupazione dei lavoratori più anziani»(12) e si raccomanda ulteriormente di «modernizzare i sistemi sanitari».(13) Eâ interessante anche rilevare come la Commissione Europea, allora presieduta da Romano Prodi, nel valutare il grado di applicazione in Italia delle âriformeâ? strutturali proposte dallâUnione, abbia enumerato con entusiasmo i seguenti «progressi» realizzati dal governo Berlusconi: «a) introdotte misure per aumentare la flessibilità del mercato del lavoro [Legge 30]; b) attuata la riforma del sistema educativo primario e secondario; c) un piano di riforma pensionistica di medio termine annunciato nellâautunno 2003».(14)
Se, quindi, la âcompetitivitàâ? che la borghesia europea intende ossessivamente perseguire da un lato si traduce necessariamente nella politica estera guerrafondaia di cui abbiamo detto sopra, dallâaltro â sul versante âinternoâ? â essa si traduce in «misure energiche» volte ad incrementare lâestrazione di plusvalore e quindi lo sfruttamento del proletariato. I due aspetti sono inseparabili.
Le forze politiche e sindacali che lavorano affinché i lavoratori si schierino con âlâEuropaâ? per âcontrastare lâunilateralismo Usaâ?, spingono quindi il proletariato a schierarsi contro i propri interessi di classe, cercano di consegnarlo â mani e piedi legati â a chi lo sfrutta tutti i giorni e già programma di sfruttarlo maggiormente (sperando magari di ottenere qualche ricompensa attraverso una caricaturale ed inquietante âEuropa socialeâ? da costruire assieme ai padroni).


Una barzelletta che non fa ridere: la âCarta dei dirittiâ?

Lâinserimento della âCarta dei Diritti Fondamentali dellâUnioneâ? (già approvata nel dicembre 2000 dal Consiglio Europeo di Nizza) allâinterno del âtesto costituzionaleâ? (seconda parte) è stato accompagnato da veri e propri cori di giubilo democratico. Poiché si tratta di unâesultanza che alla luce dei contenuti della âCartaâ? resta inspiegabile, non possiamo intenderla che come lâespressione di una grande operazione di propaganda. Unâoperazione volta ad addolcire lâamarissima pillola della âCostituzioneâ? con la proclamazione astratta di âdirittiâ? privi di effettiva portata giuridica.
Non si tratta solo di rilevare che tutte le costituzioni strappate o promulgate dalla borghesia, nonostante fossero infarcite di âdiritti universaliâ? non hanno mai disposto che il proletariato ne usufruisse effettivamente, o di ricordare che allâoccorrenza, dinanzi ai proletari in lotta, âLibertà, Uguaglianza e Fraternitàâ? si sono il più delle volte trasformate in âCavalleria, Fanteria e Artiglieriaâ?. Non si tratta solo di questo. Se ci limitassimo a tali considerazioni, non apprezzeremmo a sufficienza lââoriginalitàâ? della âCostituzione europeaâ?, né il valore dei suoi redattori, né, soprattutto, capiremmo lâoperazione politica che si sta compiendo attraverso essa. Nel Preambolo della âCartaâ?, infatti, ci si premura di avvertire che gli articoli vanno interpretati non secondo quanto è logicamente rinvenibile nel testo, ma «alla luce» di successive e non meglio precisate «spiegazioni» vincolanti, spiegazioni che proverranno da un organo (il Presidium della Convenzione) promanazione degli esecutivi degli Stati membri e della Commissione: «la Carta sarà interpretata dai giudici dell'Unione e degli Stati membri alla luce delle spiegazioni elaborate sotto l'autorità del Presidium della Convenzione che ha redatto la Carta». I redattori della âCartaâ? hanno evidentemente voluto predisporre un meccanismo che li tutelasse dallâeventualità che attraverso unâinterpretazione estensiva dei âdirittiâ?, scaturisse una qualche già improbabile eccezione alla regola della loro generale ineffettività.
Ma non è certo questa lâunica âoriginalitàâ?. La âCartaâ?, mostrando una involontaria quanto penosa comicità, immediatamente dopo aver elencato i âdirittiâ? con tono altisonante, si preoccupa di farci sapere che la «Carta dei Diritti Fondamentali dellâUnione»: «non estende l'ambito di applicazione del diritto dell'Unione al di là delle competenze dell'Unione, né introduce competenze nuove o compiti nuovi per l'Unione, né modifica le competenze e i compiti definiti nelle altre parti della Costituzione» (art. II-51, secondo comma). Verrebbe da dire: ma se questa «Carta dellâUnione» non estende⦠non modifica⦠non introduce⦠competenze per lâUnione⦠davvero non sappiamo più di che genere di carta si trattiâ¦!
Se non fossimo abituati a prendere sul serio quanto attiene alla politica, rideremmo di fronte a questa barzelletta che i nostri âcostituentiâ? â nonostante fossero privi di qualsiasi delega â hanno voluto regalare ai cittadini europei. Ma purtroppo non câè niente da ridere. Infatti, poiché la âCartaâ? è parte integrante della âCostituzioneâ?, è impossibile non rilevare che a tutti quei âdirittiâ? che attengono alla sfera sociale e del lavoro (molti dei quali sono tra lâaltro degradati al rango di âprincipiâ?) è stato nei fatti riservato un ulteriore e specifico âtrattamentoâ?.
Il primo comma dello stesso articolo II-51, dopo averci informato che in realtà «le disposizioni della presente Carta si applicano alle istituzioni, agli organi e alle agenzie dell'Unione nel rispetto del principio di sussidiarietà come pure agli Stati membri esclusivamente nell'attuazione del diritto dell'Unione» specifica che «i suddetti soggetti rispettano i diritti, osservano i principi e ne promuovono l'applicazione secondo le rispettive competenze e nel rispetto dei limiti delle competenze conferite all'Unione in altre parti della Costituzione».
Lâeffettiva applicazione dei âdirittiâ? è quindi subordinata a quanto disposto in altre parti della âCostituzioneâ?. Poiché già sappiamo che âla concorrenza libera e non distortaâ? (art. 3-I, comma 2) è il supremo obiettivo economico dellâUnione e che la terza parte della âCostituzioneâ? prescrivendo azioni concrete agli Stati membri non è che una âcostituzionalizzazioneâ? delle âpolitiche neoliberisteâ?, ne deriva che lâapplicabilità sostanziale di tutti quei âdirittiâ? che attengono alla sfera sociale e del lavoro è fin dallâinizio gerarchicamente subordinata alla loro puntuale rimozione. Ciò è tanto più vero, in quanto tali âdirittiâ?, per assumere portata effettiva, non necessitano di un mero riconoscimento formale ma di interventi legislativi o economici da parte dello Stato, interventi che la stessa âCostituzioneâ? ha la premura di interdire non solo allâUnione, ma anche agli Stati membri.
Si incomincia così ad intravedere il senso politico che la âCartaâ? cela dietro una coltre di stucchevoli e tragicomiche contorsioni: proprio attraverso la âCartaâ? si mira ad ottenere⦠carta bianca per quanto attiene la rimozione e lo smantellamento di ogni intervento pubblico teso a sostanziare i famosi âdirittiâ?, poiché anche gli attuali Stati membri sono proprio dalla âCartaâ? chiamati a subordinare il loro intervento alle âpolitiche neoliberisteâ? definite nella prima e nella terza parte della âCostituzioneâ?.
Se, quindi â al di là delle operazioni propagandistiche â una qualche innovazione è stata compiuta in tema di âdirittiâ? da questa âCostituzione europeaâ?, essa è proprio una nuova e più profonda subordinazione dei diritti dei lavoratori agli interessi immediati del capitale. Non ci si accusi quindi di essere âprevenutiâ? se facciamo nostro quanto Marx ebbe a dire a proposito dei âdirittiâ? previsti dalla Costituzione francese del 1848, rilevando una caratteristica di tutte le costituzioni borghesi (inclusa quella italiana tuttâora in vigore): «Ciascun articolo contiene la propria antitesi, si annulla completamente». Câè solo da aggiungere che lâattenzione premurosa che lâUnione riserva ai âdirittiâ? è in generale ben esemplificata sia dal regime di apartheid praticato nei confronti dei migrati del Sud, sia dalla condizione di âsemicittadiniâ? riservata ai lavoratori dei paesi dellâEst che hanno di recente aderito allâUnione (ai quali è interdetto il diritto alla âlibera circolazioneâ?): in entrambi i casi con lo scopo, immanente al moderno capitalismo, di ottenere fasce di supersfruttati con diritti inesistenti o limitati.


La âCostituzione europeaâ? è reazionaria

Abbiamo finora cercato di mostrare come la âCostituzione europeaâ?, definendo i principi, gli obiettivi e le azioni dellâUnione, in realtà codifichi gli interessi di classe della borghesia europea nella forma concreta châessi assumono alla luce dellâattuale contesto economico (crisi di valorizzazione del capitale, competizione interimperialistica).
Ora è importante porre la necessaria attenzione al fatto che tale rispecchiamento non è limitato ai soli aspetti economici: la âCostituzioneâ? sancisce e sviluppa unâaltrettanto significativa ristrutturazione della sovrastruttura statuale. Infatti, attraverso quella che può apparire come una semplice redistribuzione di poteri si realizza qualcosa di ben più sostanzioso.
Basta fare una breve carrellata degli organi decisionali dellâUnione, così come vengono descritti dalla âCostituzioneâ?, per comprendere che il trasferimento di poteri è inseparabile da un drastico restringimento degli âspazi di controllo democraticoâ?: la Commissione è un esecutivo sovranazionale nominato dagli esecutivi nazionali che continua a detenere il monopolio dellâiniziativa legislativa; il Consiglio dei ministri riunisce i ministri dei vari esecutivi nazionali o i loro rappresentanti; il Consiglio Europeo è composto di nuovo dai Presidenti degli stessi esecutivi nazionali o dai Capi di Stato. La âCostituzioneâ?, inoltre, concede nuovi e ulteriori poteri alla Presidenza di ciascun organo. Ognâuna di queste istanze delega parte della propria attività a âmicrorganismiâ? solo apparentemente âtecniciâ? e totalmente privi dâogni ipotetico âcontrollo democraticoâ?. Il Ministro degli Affari Esteri (nuova figura istituzionale prevista dalla âCostituzioneâ?) nei fatti deve dar conto solo agli organi composti da rappresentanti degli esecutivi nazionali e alla Commissione, il Parlamento può essere solo informato. La posizione sostanzialmente subordinata del Parlamento Europeo viene definitivamente âcostituzionalizzataâ?, i suoi poteri vengono estesi quel tanto che basta a garantire una parvenza di legittimazione allo strapotere consegnato ai vari esecutivi e lâulteriore accentramento in seno alle loro presidenze. Non bisogna infine dimenticare che gli stessi redattori della âCostituzioneâ? sono stati nominati dagli esecutivi nazionali e dalla Commissione.
Il lungo processo di restringimento degli âspazi di democraziaâ? e di rafforzamento in senso autocratico degli esecutivi â già ampiamente sperimentato sul piano âstatuale nazionaleâ? â si realizza in tal modo definitivamente (e si conclude) esprimendosi in una particolare forma politica dalle caratteristiche continentali: plasmando, cioè, fin dallâinizio, la nuova statualità europea cui gli stessi Stati membri attribuiscono poteri sempre più rilevanti. La âCostituzione europeaâ?, infatti, sancendo una sostanziale e assoluta supremazia del âdiritto europeoâ? in molte ed importantissime materie, da un lato realizza una ricollocazione del potere effettivo a livello continentale, dallâaltro si configura come lo strumento attraverso il quale gli esecutivi e gli apparati amministrativi degli Stati membri si attribuiscono nuovi poteri, svincolandosi strutturalmente e definitivamente da ogni controllo e parvenza di âdemocraziaâ?.
Tale processo di involuzione autocratica è una caratteristica della metropoli imperialista che (come già rilevato a proposito del âneoliberismoâ?) muove dalle attuali esigenze di valorizzazione del capitale e non rappresenta, dunque, un prodotto della âCostituzione europeaâ? (che ne opera una codificazione in una particolare forma giuridica). La nuova statualità europea in formazione non fa che rispecchiare un processo che già da molti anni investe gli Stati nazionali, esprimendolo, riproducendolo e concludendolo in una forma politica particolare.(15)
Se, dunque, lâimpossibilità di utilizzare gli âspazi di democraziaâ? offerti dalle costituzioni borghesi è ormai provata da più di due secoli di esperienza proletaria, se è vero che la borghesia detiene saldamente nelle proprie mani il potere politico sempre e in ogni caso, se quindi non câè dubbio che la borghesia è sempre in grado di svuotare tali âspazi di democraziaâ? non appena attraverso essi si cerchi di ledere anche minimamente i suoi interessi⦠se tutto questo è innegabile, è pur vero che la âCostituzione europeaâ? rappresenta un notevole âprogressoâ?: tale svuotamento è stato realizzato preventivamente!
Câè, tuttavia, il rischio che le illusioni âdemocraticheâ? stroncate âdallâaltoâ? così esplicitamente dalla stessa âCostituzioneâ?, risorgano âdal bassoâ? in forma apparentemente meno illusoria e perciò più pericolosa. Poiché, infatti, il âprocesso di integrazione europeaâ?, contemporaneamente allâaccentramento di poteri nelle istituzioni dellâUnione, sta oggettivamente realizzando anche il decentramento territoriale della loro articolazione, può sorgere la pericolosa illusione di considerare i sempre più numerosi enti e organismi istituzionali âsub-nazionaliâ? dello Stato (regioni, comuni, municipalità, enti, ecc.), come altrettanti novelli âspazi di democraziaâ?, âfinestreâ? attraverso le quali âcontaminareâ? la nuova statualità europea inserendovi contenuti politici e sociali⦠opportunità che la magnanima borghesia europea offrirebbe in dono al movimento. Chi sostiene posizioni del genere finge di non comprendere che la dialettica accentramento/decentramento propostaci dallâUnione, lungi dal costituire una opportunità di âcontaminazioneâ?, si configura piuttosto come uno strumento per spezzettare il proletariato, legarlo al âterritorioâ?, confinarlo/sprofondarlo in un localismo per definizione privo dâogni possibilità di incidere: uno strumento labirintico volto ad impedire châesso si ricomponga politicamente ad un livello corrispondente al potere effettivo, cioè sul piano continentale.
Gli âarchitettiâ? dellâUnione Europea hanno compreso la lezione proveniente dallâesperienza che la loro classe sociale ha accumulato in secoli di gestione/organizzazione dello Stato, ed ora mirano a realizzare una statualità europea per sua conformazione sostanzialmente inaccessibile alle istanze provenienti dal proletariato. Il sogno della borghesia europea è fare in modo che i âfastidiâ? prodotti dalle lotte proletarie e lungamente sperimentati in ambito âstatuale-nazionaleâ?, non rinascano su scala allargata in ambito continentale, quindi: potere (e vincoli di bilancio) trasferito âin altoâ?, lotte proletarie possibilmente relegate âin bassoâ?, imprigionate nel particolarismo nazionale o imbrigliate nella fitta rete del decentramento concorrenziale, in ogni caso condannate a deperire in un isolamento inefficace che impedisce lo sviluppo di un qualsiasi effettivo potenziale politico. Quella che i politologi borghesi dellâUnione definiscono come multi-level governance (e che qualche intellettuale da strapazzo vorrebbe rivendere al movimento come la brillante scoperta di unâopportunità di âcontaminazioneâ?), si compone di tanti anelli microcorporativi, territoriali ma anche funzionali, attraverso i quali si mira a schiacciare nello Stato e sconfiggere sul nascere ogni istanza politica proveniente dal proletariato. La borghesia europea tenta di far sì che a fronte dellâunificazione politica del continente, il proletariato permanga diviso e si sviluppi ulteriormente la concorrenza âterritorialeâ? tra lavoratori: solo il capitale è in grado di ricomporre âdallâaltoâ? la filiera istituzionale, donando effettivo funzionamento ed energia ad ogni singolo anello di cui si compone (e gli anelli, in unâepoca di âesternalizzazioniâ?, possono essere anche piccoli come una Ong!).

Eâ importante, infine, prevenire un possibile equivoco: non riteniamo che gli Stati nazionali siano destinati a âscomparireâ?. Essi stessi vengono piuttosto sempre più riqualificati come articolazioni autonome dallâintero processo di formazione della nuova statualità europea. Si realizza in tal modo un processo circolare: gli Stati nazionali conferiscono sovranità ad un ambito continentale incidendovi proporzionalmente alla loro forza economica e politica, tale ambito continentale sintetizza gli interessi generali della borghesia europea nelle loro relazioni mondiali, rideterminando a sua volta gli Stati nazionali secondo una collocazione âeuropeaâ? (attuale o programmata) nella divisione internazionale (imperialista) del lavoro. Una collocazione âsintetizzataâ? a livello continentale che non necessariamente corrisponde a quella già assunta dal singolo Stato membro nelle sue relazioni mondiali (sia con capitali provenienti da diverse âbasi nazionaliâ?, sia con le formazioni sociali dominate dallâimperialismo), aprendo in tal modo un contraddittorio processo di ridefinizione (particolarmente evidente per quanto riguarda le relazioni tra gli Usa e alcuni Stati membri) e segnando lâemergere di diverse prospettive politiche riguardanti: da un lato, la collocazione/ricollocazione (che resta competitiva) del capitale monopolistico-finanziario nella divisione internazionale (imperialista) del lavoro e quindi le sue relazioni mondiali (anche con il capitale a base Usa, per esempio), e dallâaltro â contemporaneamente e necessariamente â la composizione e il âfunzionamentoâ? del âblocco al potereâ? da esso realizzato allâinterno di ciascuno Stato.
Pur nellââintegrazioneâ? si produce in tal modo una gerarchia tra gli stessi Stati membri. Gli Stati nazionali, quindi, non sono destinati a âscomparireâ?, sia perché costituiscono uno strumento, per il momento insostituibile, di controllo ideologico e sociale nelle mani della borghesia, sia perché essi stessi sono già imperialisti, ricoprono già un ruolo (gerarchicamente differenziato) nei confronti del capitale internazionalizzato (e non solo di quello âeuropeoâ?), ruolo che lâUnione non si propone semplicemente di assorbire, ma di dirigere attraverso un processo contraddittorio di âarmonizzazioneâ? funzionale alla competizione interimperialistica su scala mondiale (ma le contraddizioni vengono nel frattempo âsfruttateâ? politicamente dagli altri poli imperialisti). Anche lo sviluppo ineguale allâinterno degli stessi confini dellâUnione non è annullabile, né del resto qualcuno coltiva il desiderio di annullarlo, ma al contrario di sfruttarlo proprio attraverso la cosiddetta multi-level governance (sfruttando ad esempio i differenziali nei costi di riproduzione della forza-lavoro).
Ciò vuol dire che anche la âsintesiâ? realizzata in ambito continentale, non si produce meccanicamente âdallâinterno allâesternoâ?, poiché essa esiste solo nelle sue interrelazioni mondiali (il capitale è già imperialista, è già interrelato in una dimensione mondiale, possiede già un ruolo nelle formazioni sociali dominate dallâimperialismo), ed è quindi realizzabile solo tenendo conto delle relazioni esistenti anche con capitali non âa base europeaâ?, per strutturarli sotto la direzione gerarchica della borghesia imperialista europea (una âdirezioneâ? che si stabilizza e definisce proprio con lâavanzare di questo processo e nonostante il suo andamento contraddittorio). La âsintesi europeaâ? si attua, quindi, ricompattando interessi e frazioni di classe che â direttamente o indirettamente â hanno già travalicato la dimensione âinternaâ? e sono già contraddittoriamente dislocati su scala mondiale, che sono già in relazione (pure âdallâinternoâ?) con capitali aventi base anche in altri poli imperialisti, che svolgono già un ruolo (di oppressione) nelle formazioni sociali dominate dallâimperialismo.
Eâ sulla capacità di operare una tale âsintesiâ? che, in ultima istanza, si gioca la competizione interimperialistica con gli Usa e gli altri poli imperialisti, nel quadro della internazionalizzazione del capitale e della crisi (è chiaro che ciò, di per sé, implica anche il progressivo affermarsi di violente contraddizioni interimperialistiche e di un nuovo, autonomo, ruolo politico-militare dellâUnione).

La situazione che abbiamo appena descritto possiede delle importanti ricadute anche sul piano ideologico, poiché ne consegue che la borghesia sviluppi e diffonda un nuovo ânazionalismo europeoâ? rinvigorendo, al contempo, il nazionalismo tradizionale. Questâultimo, infatti, da un lato resterà uno strumento essenziale nelle mani dei tutta la borghesia europea per conservare/riprodurre il controllo, il soggiogamento e lo sfruttamento del proletariato, e â dallâaltro â sarà utilizzato da particolari frazioni e/o settori della borghesia anche per sostenere i propri particolari interessi in competizione con altre frazioni e/o settori della stessa classe dominante. Inoltre, proprio sulla base del fatto che lâinternazionalizzazione del capitale è necessariamente competitiva, concorrenziale e ricca di contraddizioni interimperialistiche, è possibile che vengano sviluppate anche forme di ânazionalismo regionaleâ? o âmicroterritorialeâ?, espressione di segmenti di borghesia che puntano a far valere i propri particolari interessi (in competizione con altri segmenti della stessa borghesia e contro il proletariato) cercando una nuova collocazione nella catena imperialista, fatto che di per sé presuppone la ridefinizione e lâimposizione di nuove forme âlocaliâ? di controllo sulle condizioni di sfruttamento e riproduzione della forza-lavoro.
Quindi, il nazionalismo â ideologia prodotta e alimentata dalla borghesia in quanto funzionale ad imporre i suoi interessi di classe â pur inventando sempre una qualche forma di âcomunitàâ? interclassista (un âinteresse comuneâ?) inesistente, può articolarsi (anche contemporaneamente) in una vasta varietà di forme e livelli (nazionali, continentali, regionali, microterritoriali, ecc.) a seconda delle diverse fasi storiche, delle diverse frazioni e/o settori della classe dominante che se ne fanno portatori, delle diverse congiunture politiche ed economiche, ecc., rappresentando, in ogni caso, uno strumento utilizzato dalla classe dominante per conservare e riprodurre lo sfruttamento e il soggiogamento (economico, sociale, ideologico, politico) del proletariato.

Per il movimento e per tutti i proletari che vivono in Europa, da tutto ciò discende: a) la necessità di organizzarsi a livello continentale senza cadere nella rete mortale disegnata dalle strutture istituzionali o ideologiche della borghesia (continentali, nazionali o regionali che siano): fuori e contro la statualità del capitale; b) la necessità di inquadrare fin dallâinizio tale passaggio in un più ampio percorso internazionalista.


II. Perché la âCostituzione europeaâ? non poteva che essere così

Mostrare stupore di fronte alle caratteristiche essenziali della âCostituzione europeaâ?, che qui ci siamo sforzati di riassumere solo parzialmente, e invocare il suo âmiglioramentoâ?, sarebbe non solo ingenuo ma soprattutto fuorviante e quindi politicamente disarmante. Tali caratteristiche, infatti, non sono che lâespressione coerente del contenuto di classe che contrassegna il âprocesso di integrazione europeaâ? fin dal suo sorgere. Sarebbe del resto bizzarro pretendere che il processo di formazione di una statualità europea non rispecchi lâinsieme dei rapporti sociali di produzione sui quali esso inevitabilmente poggia e quindi gli interessi di classe (economici e politici) che non solo lo muovono e lo dirigono, ma che ne sono allâorigine! Le stesse qualità specifiche di tale statualità europea in formazione sono dovute alle relazioni complesse che intercorrono tra dimensione mondiale, continentale e âstatuale nazionaleâ? cui abbiamo accennato prima, ovvero al fatto châessa si produce in un contesto di interdipendenza mondiale che â fino a quando dura il modo di produzione capitalistico â assume necessariamente la forma di una catena imperialista gravida di contraddizioni esplosive.
Il âil processo di integrazione europeaâ? si afferma fin dallâinizio come soluzione politica attraverso cui la borghesia dei sei paesi fondatori persegue un insieme integrato di obiettivi: a) rilanciare lâaccumulazione capitalistica e aprire una prospettiva credibile di competizione su scala mondiale con gli altri paesi imperialisti (in particolare con gli Usa, affermatisi allâindomani della seconda guerra mondiale come potenza imperialista egemone), per far ciò era necessario realizzare un mercato integrato in grado di superare le strozzature che inibivano il rilancio dellâaccumulazione nello stesso ambito nazionale e impedivano la realizzazione di quelle âeconomie di scalaâ? necessarie ad ottenere una efficiente valorizzazione competitiva del capitale (il famoso âfordismoâ?); b) il rilancio dellâaccumulazione â non essendo un fatto âtecnico-economicoâ? e comportando necessariamente lâimposizione alla classe operaia di pesanti livelli di sfruttamento â poteva attuarsi solo attraverso la compressione degli spazi politici e dellâagibilità sociale conquistati dalle forze proletarie (politiche e sindacali) allâindomani della guerra, ciò fu realizzato anche delegando importanti aspetti della gestione politico-economica della fase ad organismi comunitari apparentemente âtecniciâ? e concertando sul piano continentale il controllo repressivo delle forze politiche e sindacali a base operaia;(16) c) costruire un argine politicamente compatto da contrapporre al âcampo socialistaâ?.(17)
Il fatto che il âprocesso di integrazione europeaâ?, in quanto percorso volto alla costruzione di un polo imperialista autonomo, abbia mostrato un andamento fortemente contraddittorio, in particolare per quanto attiene alle relazioni con gli Usa, non ne inficia il carattere âcompetitivoâ? fin dallâinizio. Se infatti gli Usa hanno certamente sostenuto âil processo di integrazioneâ? con lâobiettivo (condiviso dai governi dellâEuropa occidentale) di arginare lâavanzata delle forze proletarie sul continente e rivitalizzare lâeconomia europea al fine di esportare la sovracapacità produttiva e lâeccedenza di capitali ereditate dallo sforzo bellico (cfr. la Scheda 1 in Appendice), ciò non toglie che le borghesie dei sei paesi fondatori delle Comunità, pur tenendo conto dei nuovi rapporti di forza, considerarono fin da allora il âprocesso di integrazione europeaâ? come lâunica strada percorribile per ricostruire una propria autonomia concorrenziale sul piano economico, politico e anche militare. Eâ in questâottica che vanno spiegati fenomeni come il fallimento dei progetti di âintegrazioneâ? considerati troppo strettamente legati allâegemonia Usa (rifiuto francese della Comunità Europea di Difesa nel â54), o lo sviluppo del âprocesso di integrazione europeaâ? in un senso non gradito alle amministrazioni Usa (con lâistituzione di una âunione doganaleâ? anziché di una semplice âzona di libero scambioâ?).(18)
Eâ quindi chiaro che se la competizione interimperialistica è stata frenata per molti anni da fattori economici (la relativa debolezza del potenziale economico europeo) e da fattori politici (la necessità di contrapporre un blocco imperialista al âcampo socialistaâ?), tali fattori hanno ormai da molto tempo smesso di giocare un ruolo determinante. Il punto di svolta, ancor più che il âcrollo del socialismo realeâ?, può considerarsi la crisi capitalistica apertasi allâinizio degli anni â70 e tuttâora irrisolta. Questa, inasprendo la competizione economica mondiale, ha prodotto (e nel suo ulteriore procedere tuttâora produce) importanti accelerazioni del âprocesso di integrazione europeoâ?. Alla sospensione della convertibilità del dollaro in oro (fine del regime di Bretton Woods, agosto 1971), la borghesia europea risponderà prima con il traballante Serpente monetario europeo (aprile 1972) â che darà vita allâarea del marco â e successivamente con il Sistema Monetario Europeo (dicembre 1978), aprendo in tal modo una competizione per aree valutarie, di cui lâistituzione dellâeuro rappresenta la naturale evoluzione. Ma, più in generale, tra la fine degli anni â70 e lâinizio degli anni â80 prese corpo, pur non senza contraddizioni (in particolare a causa del ruolo giocato dallâInghilterra e dalla ârelazione specialeâ? di questa con gli Usa, ma anche a causa della âinstabilitàâ? prodotta dai successivi âallargamentiâ? dellâUnione), un complessivo rilancio dellââintegrazione europeaâ?, e si avviò un lungo percorso che sfocerà prima nella firma dellâAtto Unico Europeo (1986) e successivamente nella firma del Trattato di Maastricht (1992).
Il procedere della crisi rappresenta il contesto allâinterno del quale si definirono nuovi livelli di competizione tra capitali (e monopoli) su scala planetaria, un contesto di crisi che vide lâemergere di numerose ârisposteâ? competitive: lâaffermarsi della âsfida giapponeseâ?, lâavvio di un nuovo processo di centralizzazione e ridefinizione produttiva del capitale a base statunitense (con la conseguente ridefinizione della politica estera) e il rilancio dellââintegrazione europeaâ?. Questâultimo fu espressione dellâaffermarsi (nonostante le numerose differenze tra gli Stati dellâEuropa occidentale e allâinterno di ciascuno di essi) di un âinteresse generaleâ? della borghesia imperialista europea (nella definizione del quale incidono i rapporti di forza tra diversi capitali e Stati europei), un âinteresse generaleâ? che fu per la prima volta tradotto in una concreta progettualità politica ed economica, finalizzata a reggere la competizione mondiale tra capitali e a giocare un ruolo nella complessiva ridefinizione della divisione internazionale (imperialista) del lavoro innescata dalla crisi.
Lâobiettivo perseguito sul lungo periodo non fu più solo quello di rilanciare lâaccumulazione in ambito nazionale attraverso la semplice âintegrazioneâ? commerciale continentale e lâapprovvigionamento comune di materie prime (come negli anni â50-â60), ma quello di costruire un vero e proprio âmercato internoâ?, spingendosi fino alla realizzazione di una moneta unica continentale. Non si trattò di un semplice riadeguamento della sovrastruttura politica (lo Stato nazionale) alla struttura âeconomicaâ? (lâinternazionalizzazione della produzione), come vorrebbero coloro che, in preda al meccanicismo più rozzo (e antimaxista), astraggono dalla determinazione operata dai rapporti sociali di produzione nella loro dimensione mondiale, finendo inevitabilmente col percepire la nuova statualità europea in formazione come qualcosa di meramente tecnico, socialmente âneutroâ? e perciò utilizzabile da tutte le classi (come se esistesse âlâeconomiaâ? senza il capitale! â cfr. la Scheda 2 in Appendice). Si trattò, piuttosto, di originare e sostenere un processo di concentrazione/centralizzazione dei capitali sul piano continentale in grado di realizzare quella massa (non solo di capitalizzazione, ma anche dimensionale, organizzativa e di conoscenza) necessaria affinché il capitale monopolistico-finanziario europeo (e con esso tutta la borghesia) rafforzasse le proprie postazioni e acquisisse unâefficace proiezione competitiva âallâesternoâ?. Un processo lento, contraddittorio e tuttâora in corso. Gli stessi âParametri di Maastrichtâ? (1992) e il famoso âPatto di Stabilitàâ? (1997) sono da considerarsi come la definizione di standard continentali comuni volti ad impedire che la concentrazione/centralizzazione del capitale e la nuova divisione âcontinentaleâ? del lavoro siano turbati da ingerenze âpoliticheâ? o da preoccupazioni âsocialiâ? (cfr. la Scheda 3 in Appendice). In un contesto di crisi e competizione interimperialistica (rapporti sociali di produzione), poiché lâulteriore valorizzazione del capitale è ottenibile solo attraverso lâulteriore sfruttamento dei lavoratori (plusvalore), il progressivo affermarsi di tale dinamica (che, tra lâaltro, si giova di uno spazio libero a livello continentale architettato in maniera tale da impedire che lââintegrazione economicaâ? produca una perequazione verso lâalto dei differenziali salariali, differenziali che invece sono riprodotti e sfruttati per realizzare profitti maggiori â cfr. la Scheda 4 in Appendice), si traduce necessariamente nellâimposizione di condizioni di vita e di lavoro peggiorative per tutti i proletari che vivono sul continente.
Inoltre, la competizione interimperialistica comporta inevitabilmente che i diversi poli imperialisti âcompetanoâ? anche nel creare migliori condizioni per la valorizzazione del capitale e quindi â necessariamente â nello sfruttare di più e âmeglioâ? il proletariato al loro interno (in ogni settore economico, incluso il cosiddetto âterziarioâ?), nel realizzare cioè quelle condizioni che rendano il proprio territorio più âattraente allâimprenditorialitàâ? (per usare le parole della Commissione). Eâ in tal modo che si spiega perché ogni passo avanti realizzato nellââintegrazioneâ?, ogni campo di attività man mano attribuito alle istituzioni dellâUnione, sia inevitabilmente accompagnato da un indirizzo politico antiproletario, dallâannullamento preventivo di ogni âcontrollo democraticoâ? e dalla âtecnicizzazioneâ? di decisioni che invece sono tutte politiche (rendendo possibile quellââeffetto otticoâ? ottundente che trasforma le immanenti esigenze di valorizzazione del capitale in attributi ideologici âneoliberistiâ? dellâUnione o della âCostituzioneâ?).
Porre il giusto accento sulla determinazione operata dai rapporti sociali di produzione significa comprendere che tale dinamica non è arrestabile, poiché non è il frutto della âCostituzione europeaâ? o il parto di qualche cattivone neoliberista, ma è una dinamica immanente al modo di produzione capitalistico: per fare âunâaltra Europaâ? ci vuole âun altro modo di produzioneâ?. Eâ quindi evidente che vagheggiare una fantomatica âEuropa socialeâ? non significa altro che annebbiare la coscienza del proletariato e spingerlo a schierarsi con il âproprioâ? imperialismo e contro i propri interessi di classe, poiché la competizione globale tra capitali spinge e spingerà inevitabilmente la borghesia europea ad operare continue ristrutturazioni, ad incrementare il plusvalore estratto e in generale i livelli di sfruttamento, a ridurre i diritti dei lavoratori (precarietà), a fomentare una nuova concorrenza territoriale tra lavoratori, a restringere i residui âspazi di democraziaâ?, ecc.
Pur nelle mutate condizioni, una certa problematicità nella lettura delle relazioni intercorrenti tra i poli imperialisti permane tuttâora. Tre fattori sono a tal proposito da prendere in considerazione: a) il fattore principale deriva da quanto detto più sopra a proposito della collocazione già assunta dal singolo Stato membro (imperialista) nel quadro della internazionalizzazione del capitale (catena imperialista), poiché, a causa della consolidata proiezione planetaria del capitale a base Usa (sia economica che politica), tale collocazione spesso configura forme di alleanza (temporanea e precaria) con questâultimo, finalizzate ad assumere una portata mondiale per suo tramite. Tuttavia, man mano che lâUnione sarà in grado di soddisfare anche questa âesigenzaâ? ridefinendo e armonizzando lâinsieme delle relazioni mondiali tra capitali a base âeuropeaâ? (un processo lungo), e dotandosi anche di unâautonoma capacità politico-militare, è inevitabile che si produca un inasprimento delle contraddizioni interimperialistiche (come sta già avvenendo); b) non bisogna inoltre dimenticare che quando si tratta di fronteggiare la classe proletaria persino i poli imperialisti contrapposti possono esprimere una tendenza âunitariaâ? (sempre precaria e temporanea, le relazioni storicamente intercorse tra Usa e Ue sono esempi evidenti), i capitalisti, «che si comportano come dei falsi fratelli quando si fanno concorrenza», agiscono tuttavia uniti «nei confronti della classe operaia nel suo complesso» (Marx); c) infine, più in generale, câè da prende in considerazione il fatto che la borghesia europea assume posizioni concilianti e di basso profilo in quei settori (tendenzialmente sempre meno numerosi) in cui la forza del rivale statunitense è ancora troppo superiore. Potremmo a tal proposito citare le evoluzioni subite dai complessi rapporti intercorrenti tra Ue e Nato, una complessità che dimostra concretamente come lo âsviluppo inegualeâ? delle capacità milit

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Comentaris

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08 mai 2005
lo âsviluppo inegualeâ? delle capacità militari incida sulle relazioni interimperialistiche e ne spieghi in parte la difficoltà di lettura.

Conviene infine chiarire che anche le caratteristiche sostanzialmente reazionarie manifestate fin dal suo sorgere dallâUnione Europea e brillantemente sviluppate/codificate dalla âCostituzioneâ?, non configurano un âdeficit democraticoâ? da colmare, ma esprimono in forma perfezionata una proprietà intrinseca dello Stato nella fase dellâimperialismo, proprietà di cui abbiamo già fatto esperienza osservando le evoluzioni subite dallo Stato a livello nazionale nellâultimo secolo. Lâunica differenza è che nel caso dellâUnione Europea il rispecchiamento dei rapporti sociali di produzione nella sovrastruttura giuridico-statuale si realizza fin dallâinizio sulla base del moderno capitale monopolistico-finanziario, sulla sua capacità di ricomporre attorno a sé le altre frazioni della classe dominante e sulla sua collocazione nel contesto delle contraddizioni mondiali tra capitali e tra classi. Le qualità specifiche di contenuto sociale dellâattuale fase dellâimperialismo, non possono che plasmare la stessa architettura istituzionale proposta dallâUnione: unâarchitettura attraverso cui quel progressivo restringimento degli âspazi di democraziaâ? già abbondantemente attuato a livello âstatuale nazionaleâ?, si realizza senza ostacoli e fin dallâinizio in ambito âeuropeoâ?, poiché lâesigenza di esercitare un potere più diretto, più accentrato, più oppressivo e di affrontare senza intralci le contraddizioni mondiali connesse alla internazionalizzazione del capitale stesso, è recepita nella sovrastruttura statuale fin dallâinizio e senza le vischiosità derivanti da rapporti di forza tra le classi ormai obsoleti (ogni ridefinizione del capitale realizza â in un unico movimento â una complessiva ridefinizione delle condizioni di riproduzione delle classi sociali e dello Stato). Il risorgere, a proposito delle nuova statualità europea, delle già sperimentate ipotesi di âcontaminabilitàâ?/âpermeabilitàâ? o di âutilizzo alternativoâ? dello Stato da parte delle classi subalterne, ipotesi che in ambito âstatuale nazionaleâ? si sono rivelate nientâaltro che amarissime illusioni, è quindi da considerarsi pura farneticazione, astrazione soggettiva priva di contenuto reale. Se, infatti, si sono rivelate non âutilizzabiliâ?/âmodificabiliâ? sia le costituzioni borghesi redatte in seguito alle rivoluzioni democratiche del Settecento e dellâOttocento sia, molto più recentemente, quelle redatte in seguito a forti mobilitazioni della classe operaia, ritenere di poter âutilizzareâ?-âmodificareâ?-âpermeareâ?-âcontaminareâ? una âCostituzione europeaâ? predisposta fin dallâinizio per dominare più direttamente il proletariato e asservirlo più efficacemente alle esigenze di valorizzazione di un capitale in crisi, è davvero da babbei!


III. Che fare?

Da quanto abbiamo detto finora dovrebbe risultare evidente che il âprocesso di integrazione europeaâ? impone â ai comunisti, al variegato mondo dei movimenti e ai proletari che ogni giorno lottano per difendere/migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro â nuovi compiti e nuovi doveri.
Non accorgersi che tale processo ha trasformato e sta trasformando lâinsieme delle condizioni nelle quali oggettivamente si collocano la nostra pratica politica e le nostre lotte (anche quelle che vivono negli ambiti più âlocaliâ?), non acquisire coscienza di questo dato oggettivo, significa solo continuare ad accumulare ritardi politicamente paralizzanti, significa subire lâiniziativa politica, economica e repressiva che i padroni â pur tra mille contraddizioni e mediazioni â stabiliscono e dirigono ormai a livello continentale.
Proprio dal fatto che lâUnione Europea si sia affermata come la specifica forma politico-statuale attraverso cui la borghesia del continente impone i suoi interessi e le esigenze del capitale nellâattuale contesto economico mondiale, ne discende che il potere politico effettivo sia ormai esercitato a partire dalla dimensione continentale.
Non si tratta di una âopinioneâ?. La riarticolazione dellâesercizio del potere politico a partire dalla nuova dimensione statuale continentale è già una condizione oggettiva, concreta e tangibile. Attraverso una vasta gamma di atti giuridicamente vincolanti (regolamenti, direttive, decisioni, giurisprudenza della Corte di Giustizia, ecc., la cui portata effettiva viene ulteriormente sviluppata dalla âCostituzioneâ?), lâattività quotidiana dellâUnione Europea investe già, con unâinfluenza determinante e crescente, settori che vanno dalla politica monetaria (accentrata nella Banca Centrale Europea) al mercato del lavoro, dalla politica industriale e commerciale alla legislazione in materia di immigrazione, dalla politica dellâambiente alla ricerca scientifica e tecnologica, dallâistruzione alla politica energetica, ecc.; lâUnione ha già istituito una struttura giudiziaria continentale (Eurojust, Mandato di Arresto Europeo), un Ufficio Europeo di Polizia (Europol), una politica repressiva comune (âBlack Listâ?), uno stato maggiore per la pianificazione/direzione delle attività militari allâestero, unâAgenzia europea per lâapprovvigionamento degli armamenti e il sostegno allâindustria militare, ecc.
Il livello di âintegrazioneâ? raggiunto è ormai tale che gli stessi provvedimenti degli Stati membri possono essere compresi e analizzati solo inquadrandoli nel contesto della nuova statualità europea in formazione. Di conseguenza, anche le lotte proletarie e le mobilitazioni che a tali provvedimenti si oppongono â per non perdere di incisività ed efficacia â sono poste dinanzi alla necessità di travalicare lâambito âstatuale-nazionaleâ? per assumere quello continentale. Non bisogna dimenticare che il ciclo di lotte avviatosi in molti paesi europei allâindomani della firma del Trattato di Maastricht (1993-1997), ha già ampiamente dimostrato che anche la semplice difesa dei diritti conquistati dal movimento operaio grazie a decenni di lotte (cioè lâunica cosa che abbiamo da difendere del cosiddetto âStato socialeâ?) risulta depotenziata e svuotata se non è consapevolmente articolata su scala europea.
La prima risposta alla domanda âche fare?â? non può quindi che essere: uscire dal localismo. Dinanzi al mutarsi delle condizioni politiche prodotto dalla âintegrazione europeaâ?, il compito dei compagni che vivono, lavorano e lottano in Europa, non può essere quello di invocare (ciascuno per conto suo) âunâaltra Europaâ? dai vaghi contorni, di implorare una fantomatica âEuropa socialeâ?, né tanto meno di rimpiangere lo sfruttamento e lâoppressione statuale-nazionale. Il nostro primo compito devâessere, piuttosto, quello di incominciare a colmare il deficit di conoscenza, di analisi, di collegamenti, di dibattito, di comunicazione e â soprattutto â di pratica comune, che abbiamo accumulato nel corso degli anni a fronte dei progressi realizzati dalla âintegrazione europeaâ? dei padroni.
Per procedere in questa direzione, è necessario spingersi oltre lo âscadenzismoâ? dei pur importanti controvertici e campagne di mobilitazione: è necessario avviare un lavoro sistematico finalizzato alla realizzazione di reti di movimento a livello europeo, forme stabili di coordinamento tra compagni, percorsi realmente condivisi di mobilitazione e controinformazione⦠per provare a trasformare lâEuropa in uno spazio di ricomposizione delle lotte contro la precarietà, lo sfruttamento e lâimperialismo, uno spazio a partire dal quale rilanciare la costruzione di un nuovo internazionalismo proletario.
Ogni ulteriore risposta, se vorrà essere efficace e non velleitaria, non potrà che discendere da un tale lavoro collettivo tutto ancora da avviare. Eâ per questo che, in conclusione, ci limitaimo ad alcune proposizioni generali e riassuntive, senza avere lâambizione di farne discendere una progettualità politica immediata (che però è assolutamente necessario costruire):
a) quanto realizzato finora dal âprocesso di integrazione europeaâ? è da considerarsi nella sostanza irreversibile, la ridefinizione della sovranità in materie come la politica monetaria e la stessa esistenza di una moneta unica, rendono irrealistica la prospettiva di una reversibilità del âprocesso di integrazione europeaâ?. Ciò nonostante la formazione di una nuova statualità europea va ancora considerata come un processo, un processo contraddittorio con avanzamenti relativi e relativi arretramenti, ma irreversibile nelle sue determinazioni essenziali;
b) la critica di classe del âprocesso di integrazione europeaâ? (e la costruzione di tale critica) è intrinsecamente e inconciliabilmente contrapposta a tutte quelle posizioni politiche che vagheggiano un âritornoâ? alla dimensione âstatuale nazionaleâ?. Posizioni del genere, oltre ad essere profondamente reazionarie (anche quando pretendono di individuare lo Stato nazionale come unico âcontenitoreâ? âdemocraticoâ? possibile), mirano: i) a spingere il proletariato nelle mani dei suoi aguzzini, legandolo a quelle frazioni e/o settori della classe dominante che ritengono di essere svantaggiati nella redistribuzione dei poteri e dei vantaggi economici derivanti dal âprocesso di integrazioneâ?; ii) a rinchiudere il proletariato in un nuovo localismo impedendo châesso â seguendo i suoi reali interessi di classe e quindi attestandosi politicamente sul livello raggiunto dalla contraddizione forze produttive/rapporti sociali di produzione â sviluppi la propria autonomia e la necessaria coscienza internazionalista;
c) da ciò non discende che lâUnione Europea debba considerarsi âcomunque un progressoâ?: una posizione del genere, infatti, se da un lato occulta il contenuto di classe che pervade lâUnione fin nellâarchitettura istituzionale (determinazione dei rapporti sociali di produzione) â âdimenticandoâ? che la categoria di âprogressoâ? possiede significati diversi a seconda della classe sociale che la utilizza â dallâaltro mira anchâessa a privare il proletariato della propria autonomia, schiacciandolo in un nuovo ânazionalismo europeoâ? e puntando a far sì che, nel procedere sempre più accelerato delle contraddizioni interimperialistiche, esso si schieri con il nuovo imperialismo europeo, cioè, di nuovo, contro i propri interessi di classe e la coscienza internazionalista che da questi necessariamente deriva;
d) dallâaffermarsi di una nuova forma di statualità di dimensioni continentali discende piuttosto: i) la necessità di incominciare a sviluppare forme di coordinamento stabile a livello continentale, tra compagni/e, lotte e realtà proletarie, fuori e contro la rete mortale disegnata dalle strutture istituzionali e ideologiche dei padroni: sovranazionali, continentali, nazionali o regionali che siano; ii) la necessità di inquadrare, fin dallâinizio, tale passaggio in un più ampio percorso internazionalista.



Appendice


Scheda 1 â Piano Marshall e contraddizioni interimperialistiche

Tra il 1942 e il 1944, il governo statunitense spese un totale di 306 miliardi di dollari dellâepoca, cioè quasi il doppio di tutta la spesa sostenuta dal governo federale dalla fondazione della Repubblica fino al 1932. La gran parte di queste risorse fu investita nella creazione di nuovi impianti industriali per la produzione bellica, tanto da giustificare lâidea che una nuova struttura produttiva fosse stata costruita accanto a quella già esistente. Eâ chiaro, quindi, che al termine della guerra si creasse il problema di trovare nuovi strumenti in grado di garantire la valorizzazione di un capitale di proporzioni ormai gigantesche. Da qui lâimpegno degli Usa sia in favore della ricostruzione europea (Piano Marshall), sia in favore di un sistema commerciale e monetario internazionale fondato sul libero scambio (Gatt e Bretton Woods), al fine di garantire lâesportazione dellâenorme capitale eccedente e lâaccesso alle materie prime.
Conviene, inoltre, ricordare che la creazione di un sistema commerciale mondiale improntato al libero scambio pose gli Usa in contrasto con gli interessi dei paesi imperialisti europei, anche di quelli che avevano vinto la guerra (in particolare Francia e Inghilterra). Questi ultimi, infatti, attraverso le loro colonie, si giovavano di preferenze e rapporti di scambio privilegiati, in difesa dei quali ingaggiarono una nuova âbattaglia economicaâ?, proprio con gli Usa: per quanto riguarda il Regno Unito, il dissesto finanziario, le stesse caratteristiche della struttura produttiva, la necessità di assicurarsi comunque e in ogni caso una âpresenza internazionaleâ? e gli ingenti âaiuti condizionatiâ? già concessi dagli Usa, faranno prevalere la tendenza allâaccordo (non privo di aspre contraddizioni) con la nuova potenza egemone, lâunica in grado di garantire unâeffettiva e completa proiezione mondiale; non così sarà per la Francia, che si contrapporrà ripetutamente e nettamente alla politica internazionale statunitense. Non vi fu, quindi, nessuna armoniosa comunità dâintenti: il collante antisovietico e anticomunista celava, già nellâimmediato dopoguerra, aspre contraddizioni interimperialistiche tra gli stessi alleati.
In proposito, è anche il caso di non dimenticare alcune importanti vicende storiche, come ad esempio (a titolo esemplificativo e non esaustivo): la crisi di Suez del â56, il fenomeno del âgaullismoâ?, lâaspra contrapposizione tra governo inglese e governo statunitense proprio nel corso della conferenza di Bretton Woods del 1944 (ovvero a guerra non ancora conclusa). In questâultima occasione, il sostanziale prevalere delle posizioni espresse dal governo statunitense sancì, anche sul piano simbolico, la fine della lunga supremazia inglese nellâeconomia capitalistica mondiale. Nel 1867, Marx scriveva: «di fronte alla vecchia regina dei mari [lâInghilterra] si erge sempre più minacciosa la giovane repubblica gigantesca [gli Stati Uniti]» .


Scheda 2 â il revisionismo, lo Stato e la âglobalizzazioneâ?

Quello di considerare lo Stato unicamente come espressione delle esigenze della âproduzioneâ? astrattamente intesa, e non del dominio che su questa esercitano i rapporti sociali capitalistici (proprietà privata dei mezzi di produzione, valorizzazione del capitale, ineliminabile molteplicità dei capitali) è un vecchio vizio del revisionismo, giacché dal considerare lo Stato come qualcosa di âneutroâ? e utilizzabile da tutte le classi sociali, ne discende inevitabilmente lâabbandono della tesi marxista circa la necessità che il proletariato spezzi lâapparato dello Stato capitalistico: «la classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini» (Marx), «la classe operaia deve spezzare, demolire, la âmacchina statale già prontaâ?, e non limitarsi semplicemente ad impossessarsene» (Lenin).
Il medesimo errore di fondo, sempre apologeticamente interessato, è alla base di talune teorie (di kautskiana memoria, ma recentemente tornate di moda) secondo le quali ânellâera della globalizzazioneâ? scomparirebbero (o sarebbero in qualche modo superabili) le contraddizioni interimperialistiche; in questo secondo caso si âdimenticaâ? che lâinternazionalizzazione dei processi produttivi â fino a prova contraria â è ancora dominata dai rapporti sociali di produzione capitalistici, con tutto ciò che da questo dominio deriva (sfruttamento, contraddizioni interimperialistiche, guerre, devastazioni ambientali, ecc.).
Tuttavia, tali tesi sono costruite proprio con lâobiettivo â consapevolmente perseguito â di occultare, nascondere o abbellire il dominio esercitato dal capitale, affinché non si lotti contro di esso; i loro sostenitori, proprio come il vecchio Kautsky, fingono di dimenticare che per realizzare lâenorme potenziale emancipativo (per il proletariato e lâumanità) insito nella socializzazione mondiale dei processi produttivi e nello sviluppo delle forze produttive, è necessario liberare entrambe dal capitalismo e assoggettarle al consapevole âcontrollo comuneâ? di tutta la società. Eâ il capitale la causa delle guerre, dellâoppressione, delle devastazioni, dello sfruttamento, ecc., non la cosiddetta âglobalizzazioneâ?.
«Il periodo storico borghese ha creato le basi materiali del mondo nuovo: da un lato, lo scambio di tutti con tutti, basato sulla mutua dipendenza degli uomini, e i mezzi per questo scambio; dallâaltro lo sviluppo delle forze produttive umane e la trasformazione della produzione materiale in un dominio scientifico sui fattori naturali. Lâindustria e il commercio borghesi creano queste condizioni materiali di un mondo nuovo alla stessa guisa che le rivoluzioni geologiche hanno creato la superficie della terra. Quando una grande rivoluzione sociale si sarà impadronita delle conquiste dellâepoca borghese â il mercato del mondo e le forze di produzione moderne â e le avrà assoggettate al controllo comune, solo allora il progresso umano cesserà di assomigliare a quellâorribile idolo pagano che non beveva il nettare se non dai teschi degli uccisi» (Marx).


Scheda 3 â centralizzazione del capitale in Europa

Ogni singola tappa del percorso di rilancio dellââintegrazione europeaâ? ha coinciso con unâeccezionale ondata di fusioni e acquisizioni tra imprese. Nella seconda metà degli anni â80 (in particolare dopo la firma dellâAtto Unico Europeo) il totale delle fusioni e acquisizioni che interessarono almeno una delle mille aziende più grandi della Comunità Europea si quadruplicò repentinamente, mentre la quota delle fusioni e acquisizioni âcomunitarieâ? (cioè quelle realizzate tra imprese europee) sul totale, passò dal 18,7% del 1984 al 41,3% del 1990.
Negli anni 1991, 1992, 1993, lâeccezionale ritmo di fusioni e acquisizioni subì un rallentamento, stabilizzandosi tuttavia ad un livello molto più alto che nel passato. A ridosso del varo della moneta unica si assistette ad una nuova, eccezionale, ondata: il numero delle fusioni e acquisizioni âcomunitarieâ? passò da 1264 nel 1991 a 2548 nel 2000, il valore delle operazioni passò dai 22,8 miliardi di euro del 1991 ai 330,7 miliardi del 2000 (dopo aver toccato il picco di 547,9 miliardi di euro nel 1999). Una crescita del valore delle operazioni più che proporzionale rispetto al numero delle operazioni stesse, indica le gigantesche dimensioni ormai già raggiunte dal processo di centralizzazione del capitale. Nello stesso periodo, anche le operazioni âinternazionaliâ?, quelle che cioè interessarono almeno unâimpresa ânon comunitariaâ?, subirono una vera e propria esplosione (il numero delle operazioni passa da 1548 a 4247, il valore da 35,4 miliardi a 596,4), a testimonianza e conferma delle complesse e immediate relazioni tra âinternoâ? ed âesternoâ? (tutti i dati sono tratti da elaborazioni della Commissione Europea).
Negli studi della Commissione, il processo di concentrazione/centralizzazione monopolistica del capitale su scala continentale è stato spesso espresso con il concetto mistificante di «dimensione minima tecnicamente efficiente» (efficiente, in realtà, per massimizzare i profitti, sfruttare i lavoratori e competere su scala mondiale). Il concetto di âconcorrenzaâ? ha invece subito una reinterpretazione chiarificatrice, tra lâaltro incompatibile con quanto ancora oggi è propinato dalla manualistica universitaria, citiamo testualmente: «Lâintegrazione europea dovrebbe così contribuire allâemergere di un circolo virtuoso di innovazione e concorrenza â la concorrenza provoca le innovazioni che a loro volta dovrebbero accrescere la concorrenza. Ciò non vuol dire che la forma desiderata di concorrenza corrisponde al modello teorico e semplificato della concorrenza perfetta. Il rapporto fra concorrenza e innovazione non è lineare, anzi esiste un livello ottimale di concorrenza al di là del quale la concorrenza ha un effetto inverso sulle innovazioni a causa della difficoltà di distribuire i profitti e gli aumentati rischi che si generano in mercati altamente competitivi. La struttura di mercato ottimale dal punto di vista dellâinnovazione dovrebbe piuttosto sviluppare una competizione strategica tra un numero limitato di imprese» (Commissione delle Comunità Europee, The economics of 1992, in European Economy, n. 35, marzo 1988). La âconcorrenzaâ? da realizzarsi su scala continentale è quindi fin dallâinizio pensata come una âconcorrenzaâ? «tra un numero limitato di imprese», tra monopoli, né del resto potrebbe essere altrimenti, poiché la fase atomistico-concorrenziale del capitalismo è da tempo tramontata per lasciare il posto alla fase imperialistica.
Resta solo da rimarcare che, di conseguenza, le politiche di âtutela della concorrenzaâ? (ovvero lââAntitrustâ?) non riguardano minimamente la âtutela dei consumatoriâ? (come sostiene la propaganda di Stato), ma sono volte a realizzare condizioni di mercato che sul lungo periodo generino quel âgiusto mixâ? necessario per incrementare i profitti e la âcompetitivitàâ? mondiale del capitale monopolistico-finanziario europeo (e ricompattare attorno a questo gli interessi di tutta la borghesia).


Scheda 4 â âallargamento ad Estâ? e differenziali salariali

Il cosiddetto âallargamento ad Estâ? è lâesempio più macroscopico degli effetti perseguiti dal capitale attraverso una regolamentazione differenziale delle condizioni di riproduzione della forza-lavoro che sfrutti lo sviluppo ineguale allâinterno del continente (multi-level governance, federalismo, sussidiarietà). I paesi dellâEst che di recente hanno aderito allâUnione, si configurano come unâenorme colonia di sfruttamento estensivo e intensivo della forza-lavoro: salari ridottissimi, orari di lavoro lunghissimi e unâottima qualificazione della forza-lavoro, consentono di moltiplicare lâestrazione del plusvalore assoluto e relativo, realizzando livelli di supersfruttamento eccezionali.
Al fine di impedire che tale eldorado del capitale si esaurisse rapidamente, è stata decretata la sospensione del diritto alla libera circolazione per i lavoratori dellâEst, rendendo in tal modo impossibile una perequazione verso lâalto dei differenziali salariali e delle condizioni di lavoro, e realizzando una situazione in cui, al contrario, i livelli di supersfruttamento imposti ai lavoratori dellâEst vengono sistematicamente utilizzati dal capitale per precarizzare e ricattare i lavoratori dellâOvest, operando quindi una loro compressione generale verso il basso (sono di questi mesi gli accordi-capestro âpiù orario e meno salarioâ? firmati da padroni e sindacati in alcuni stabilimenti europei, soprattutto in Germania).
Era (ed è), quindi, nellâinteresse di tutti i lavoratori del continente lottare affinché non fossero (e non siano) lesi i diritti dei lavoratori dellâEst. Era (ed è) nellâinteresse di tutti i lavoratori del continente sviluppare unâattiva solidarietà di classe.
Ma la cosiddetta âConfederazione Europea dei Sindacatiâ?, di cui fanno parte tutti i maggiori sindacati europei e alla quale lâUnione Europea elargisce generosi finanziamenti per âeuropeizzareâ? il âsistema politicoâ? in senso corporativo (altra caratteristica dello Stato imperialista che si ripropone su scala europea ed è in qualche modo legata alla parola dâordine dellââEuropa socialeâ?), ha ritenuto opportuno non organizzare neanche un presidio di protesta, abbandonando al loro destino tutti i lavoratori.

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NOTE:

1) Parlando di differenza qualitativa, intendiamo riferirci al fatto che la nuova statualità europea si realizza in una particolare fase dellâimperialismo (a sua volta definito non come una politica, ma come un particolare stadio del modo di produzione capitalistico). Una fase, quindi, che se da un lato si differenzia enormemente da quella che determinò la nascita degli Stati nazionali (capitalismo preimperialistico), dallâaltro possiede delle caratteristiche specifiche che la distinguono anche dalle precedenti fasi dellâimperialismo (di cui rappresenta una semplice evoluzione, una âforma evolutaâ?). Tali caratteristiche peculiari dellâattuale fase dellâimperialismo (sulle quali qui non ci possiamo soffermare) determinano una nuova e complessa dialettica tra il modo di produzione stesso e la sovrastruttura politico-statuale, lâinstaurarsi di una molteplicità di rapporti tra: a) âdimensione economica mondialeâ? (e le ineliminabili contraddizioni interimperialistiche); b) âdimensione politico-statuale continentaleâ?; c) âdimensione statuale-nazionaleâ? (che non âscompareâ? affatto).

2) Consiglio dellâUnione Europea, UnâEuropa sicura in un mondo migliore, Bruxelles, 25 giugno 2003 (27.06) - 10881/03 - COSEC 3.

3) Consiglio dellâUnione Europea, Obiettivo primario 2010, allegato I alla Relazione della Presidenza sulla Politica Estera di Sicurezza e Difesa, approvata dal Consiglio il 14 giugno 2004, Bruxelles, 15 giugno 2004 - 10547/04 - COSDP 373, PESC 524, CIVCOM 128.

4) Difesa europea, questioni industriali e di mercato, Comunicazione della Commissione, Bruxelles, 11.3.2003 - COM(2003) 113. I contenuti di questo documento avvalorano, tra lâaltro, lâipotesi che stia nascendo un âcomplesso miltare-industrialeâ? europeo.

5) Se anche, per assurdo, lâUnione Europea scomparisse improvvisamente, lâattuale attacco alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato verrebbe parimenti realizzato ad opera di ciascuno Stato nazionale (come del resto già accade da anni).

6) Commissione Europea, Piano dâazione: Unâagenda europea per lâimprenditorialità, Bruxelles, 11.02.2004 - COM(2004) 70 def.

7) Consiglio dellâUnione Europea, Documento di riflessione della Presidenza sui punti chiave, Bruxelles, 4 febbraio 2004 (06.02) - 5881/04 (OR. EN) - COMPET 11. Come si vede, per la borghesia i «punti chiave» riguardano sempre lâestrazione di plusvalore.

8) Ibidem.

9) Commissione Europea, Relazione della Commissione al Consiglio Europeo di primavera: Promuovere le riforme di Lisbona, Bruxelles, 21.1.2004 - COM(2004) 29 def.

10) Ibidem.

11) Ibidem.

12) Ibidem.

13) Ibidem.

14) Ibidem.

15) Se anche, per assurdo, lâUnione Europea scomparisse improvvisamente, il processo di restringimento degli âspazi di democraziaâ? e di rafforzamento in senso autocratico degli esecutivi avanzerebbe ugualmente in ogni singolo Stato nazionale (come del resto già accade da anni), esprimendosi semplicemente in forme politiche diverse (e altrettanto reazionarie), giacché tale involuzione corrisponde allâesigenze della classe sociale (borghesia) che definisce e domina ogni livello, fase e articolazione della statualità (continentale, nazionale, regionale, locale, funzionale, amministrativa, ecc.). Più in generale, quindi, la âCostituzione europeaâ? esprime (e nello stesso tempo realizza in una forma politica specifica), il processo (già in corso) di ridefinizione degli Stati membri in relazione alle attuali esigenze di valorizzazione del capitale: ogni tentativo di dipingere i singoli Stati nazionali che compongono lâUnione come âpiù democraticiâ? o meno âliberistiâ? di questâultima, è perciò pura e semplice idiozia reazionaria, infame ideologia nazionalistica camuffata da considerazioni âdemocraticheâ? (e dietro le quali si celano interessi di particolari settori e/o frazioni della stessa classe dominante).

16) Non è un caso, ad esempio, che in Italia âscelbismoâ? e âvallettismoâ? siano coevi allâavvio della âcostruzione europeaâ? e poggino sulle medesime forze politiche. Eâ del resto noto che il governo dellâepoca riuscì a svuotare e annullare le conquiste dalla classe operaia anche attraverso la stipula di trattati e accordi internazionali che impegnavano lo Stato in scelte politiche dal chiaro contenuto controrivoluzionario, beffeggiandosi allegramente sia del âcontrollo democraticoâ? sia dellâart. 11 della Costituzione.

17) Questi tre fattori, pur essendo tutti alla base del comportamento dei sei Stati fondatori, agivano con proporzioni diverse in ciascuno di essi.

18) Gli Stati Uniti attuarono una serie di pressioni diplomatiche affinché tra i paesi europei fosse istituita una semplice âzona di libero scambioâ? e non unââunione doganaleâ? (né tanto meno un âmercato internoâ? che sviluppasse politiche comuni). Lââunione doganaleâ?, infatti, non si limita a prevedere la libera circolazione delle merci tra gli Stati che la compongono, ma crea anche una barriera doganale comune (quindi una politica commerciale comune) e una tariffa esterna che pesa sulle merci provenienti dai paesi che non ne sono membri (quindi anche su quelle provenienti dagli Usa). Tuttavia, più che per le conseguenze economiche prodotte sulle esportazioni statunitensi, il significato politico dellâistituzione di una âunione doganaleâ? tra i paesi europei, è da rintracciarsi nel fatto châessa fu realizzata nonostante fosse in contrasto con la politica commerciale attivamente sostenuta dagli Usa.
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